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Abbandonare un gatto. La dimensione intima e privata di Murakami

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Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta in gola. Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia…”

Se avete un gatto o amate i felini, il titolo dell’ultimo libro di Murakami vi farà storcere il naso, ma non temete, rappresenta solo un’esperienza per allacciarsi a qualcosa di più grande, che prima dallo scrittore non era mai stata affrontata.

Con “abbandonare un gatto” Haruki Murakami si toglie per un attimo i panni dello scrittore di mondi immaginifici, per aprirci le porte ad una dimensione più intima e privata. A differenza del suo amore per i gatti che aveva già reso noto, la sua penna infatti non aveva mai ripercorso momenti biografici, fino al suo albero genealogico. 


Quante volte vi sarà capitato di partire da un aneddoto, un episodio della vostra vita incastrato tra gli strati della vostra memoria, per poi ritrovarvi a parlare di qualcos’altro? La memoria rievoca e rielabora i nostri ricordi, funge da ponte tra passato e presente, e spesso è un espediente per introdurre attraverso le nostre esperienze nuove tematiche mai affrontate.

Questa è la modalità che sceglie Haruki Murakami per aprire il suo racconto “abbandonare un gatto”, edito da Einaudi (2020 – traduzione di Antonietta Pastore) con le illustrazioni immaginifiche di Emiliano Ponzi, un breve e sintetico viaggio dentro la sua vita, partendo proprio da un episodio della sua infanzia, l’abbandono di un gatto.

Da un frammento di vita, si snoda poi tutto il racconto, sotto forma di inedita biografia, per scoprire e conoscere un autore che per la prima volta si dona ai suoi lettori scrivendo della sua famiglia e in particolare di suo padre. Un rapporto quello col padre caratterizzato da incomprensioni, senso dell’abbandono, ma anche di ricongiungimenti, attraverso il quale Murakami ci descrive anche la Storia del suo Paese, con una scrittura fluida che sembra derivare da una libera associazione di idee.

Pur nella sua brevità, l’autore riesce a fornirci pillole di vita, sia privata che storica, ma soprattutto attribuisce un grande valore alla memoria, al passato, senza il quale non saremmo ciò che siamo.

“Una delle cose che ho voluto dire in questo testo è che la guerra provoca, nella vita e nello spirito di una persona – di un anonimo, comune cittadino -, enormi e profondi cambiamenti. Cambiamenti di cui io, così come sono qui adesso, costituisco il risultato. Se il destino di mio padre avesse imboccato una strada anche solo un poco diversa, non sarei esistito. La storia è questo: l’unica eventualità, fra innumerevoli altre, che si è attuata, senza se e senza ma.”

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Lucia è laureata in lingua e cultura giapponese e in scienze della comunicazione, amante da sempre del Giappone, ha unito le sue conoscenze culturali alla passione per i lavori creativi fatti a mano. Da 4 anni tiene corsi di origami presso associazioni e centri di cultura giapponese a Roma.

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