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Setsubun. Il lancio dei fagioli in Giappone!

Il Setsubun 節分 è un festival giapponese che tradizionalmente segna la fine dell’inverno e l’inizio ufficiale della primavera. Sebbene non sia una festa nazionale, è ampiamente celebrata in tutto il Giappone ed è una delle tradizioni preferite dai bambini giapponesi. Una giornata piena di lanci di fagioli, riti e sforzi per spaventare il male e accogliere la buona sorte.

Letteralmente la parola significa “divisione delle stagioni” e indicava il passaggio da una all’altra, ma generalmente oggi si riferisce al giorno che precede l’inizio della primavera (Risshun) secondo il calendario lunare.

Quando si celebra il setsubun?

Celebrato ogni anno generalmente il 3 febbraio, il setsubun ha origine antichissime, ma la tradizione del lancio dei fagioli è emersa per la prima volta nel periodo Muromachi (1336 – 1573). Secondo l’antico calendario lunisolare, l’anno era suddiviso in 24 periodi e l’inizio di ognuno era legato a particolari riti. Con l’ingresso del calendario Gregoriano nel 1873, questi riti scomparvero, tutti tranne il più importante, il setsubun primaverile, chiamato appunto Risshun.

Perché si lanciano fagioli?

I fagioli rappresentano la vitalità e si pensa che purifichino simbolicamente la casa allontanando gli spiriti maligni che portano sfortuna e cattiva salute. Dato che ai giapponesi piace giocare con le parole, c’è anche un significato nascosto dietro al lancio di fagioli: la pronuncia della parola fagioli (mame ) è simile alla parola per occhi di demone (ma-me 魔 目). Lanciare fagioli metaforicamente indicherebbe quindi distruggere i demoni (mametsu 魔 滅).

Come viene trascorso il setsubun in Giappone?

Il setsubun primaverile è una sorta di ultimo dell’anno e tradizionalmente ha lo scopo di liberarsi, attraverso  riti propiziatori, da tutti i demoni e le energie negative, facendoli rimanere nel vecchio anno.

Oggi il setsubun è tipicamente celebrato dalle famiglie che si riuniscono per lanciare fagioli fuori dalla porta di casa oppure addosso ad un membro della famiglia (di solito il povero malcapitato padre), che è vestito da oni (demone), mentre gli altri gridano “Oni wa soto! Fuku wa uchi!” (“鬼は外! 福は内!”), che significa “Fuori i demoni! Dentro la buona sorte!”. Al termine del rito ogni bambino mangia tanti fagioli quanti gli anni che ha per garantirsi una salute di ferro.

Gli eventi che vedono il lancio dei fagioli si svolgono anche nelle scuole elementari e negli asili, oltre ad assumere dimensioni colossali nei templi e santuari, con lanci di dolci e regali, insieme alla partecipazione di personaggi famosi.

Il setsubun nel 2021

Nel 2021 il setsubun verrà celebrato un giorno prima, il 2 febbraio. Qual è la ragione?
L’Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone, che calcola il momento in cui inizierà il Risshun, riferisce che nel 2021 questo avrà luogo alle 11:59 di notte del 3 febbraio. Di conseguenza, quest’anno il setsubun sarà il 2 febbraio.

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GRADATIONs. Le sfumature della vita nel video di Daihei Shibata

Non è tutto bianco o nero!

Ottimisti o pessimisti che siate, non potrete che essere d’accordo dopo aver visto il geniale video “GRADATIONs” del designer e filmmaker giapponese Daihei Shibata, tutto dedicato alle sfumature.

Così lo ha presentato il suo autore al programma televisivo nipponico Design Ah!: «Quando graduiamo i confini tra due elementi polarizzati, le cose diventano facilmente connesse» e, continua «Sfumando i confini, possiamo trovare complessità, diversità e ricchezza di informazioni».

Il video mostra infatti i più diversi elementi della realtà –  paesaggi, matite, tagli di capelli, forme geometriche, oggetti – sottolineando come ci sia sempre qualcosa che crea un “intermezzo” nell’ideale passaggio tra due poli.

Un’opera affascinante che non può che lasciarci incollati al video per tutta la sua durata, trasmettendoci la convinzione che non solo il mondo che ci circonda, fino alle cose più piccole, ma anche la vita è così: saperne carpire le mille sfumature è forse davvero il segreto per godere a pieno della sua ricchezza. Anche nelle piccole cose, quelle che forse consideriamo insignificanti, come ci insegna Shibata.

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Abbandonare un gatto. La dimensione intima e privata di Murakami

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Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta in gola. Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia…”

Se avete un gatto o amate i felini, il titolo dell’ultimo libro di Murakami vi farà storcere il naso, ma non temete, rappresenta solo un’esperienza per allacciarsi a qualcosa di più grande, che prima dallo scrittore non era mai stata affrontata.

Con “abbandonare un gatto” Haruki Murakami si toglie per un attimo i panni dello scrittore di mondi immaginifici, per aprirci le porte ad una dimensione più intima e privata. A differenza del suo amore per i gatti che aveva già reso noto, la sua penna infatti non aveva mai ripercorso momenti biografici, fino al suo albero genealogico. 


Quante volte vi sarà capitato di partire da un aneddoto, un episodio della vostra vita incastrato tra gli strati della vostra memoria, per poi ritrovarvi a parlare di qualcos’altro? La memoria rievoca e rielabora i nostri ricordi, funge da ponte tra passato e presente, e spesso è un espediente per introdurre attraverso le nostre esperienze nuove tematiche mai affrontate.

Questa è la modalità che sceglie Haruki Murakami per aprire il suo racconto “abbandonare un gatto”, edito da Einaudi (2020 – traduzione di Antonietta Pastore) con le illustrazioni immaginifiche di Emiliano Ponzi, un breve e sintetico viaggio dentro la sua vita, partendo proprio da un episodio della sua infanzia, l’abbandono di un gatto.

Da un frammento di vita, si snoda poi tutto il racconto, sotto forma di inedita biografia, per scoprire e conoscere un autore che per la prima volta si dona ai suoi lettori scrivendo della sua famiglia e in particolare di suo padre. Un rapporto quello col padre caratterizzato da incomprensioni, senso dell’abbandono, ma anche di ricongiungimenti, attraverso il quale Murakami ci descrive anche la Storia del suo Paese, con una scrittura fluida che sembra derivare da una libera associazione di idee.

Pur nella sua brevità, l’autore riesce a fornirci pillole di vita, sia privata che storica, ma soprattutto attribuisce un grande valore alla memoria, al passato, senza il quale non saremmo ciò che siamo.

“Una delle cose che ho voluto dire in questo testo è che la guerra provoca, nella vita e nello spirito di una persona – di un anonimo, comune cittadino -, enormi e profondi cambiamenti. Cambiamenti di cui io, così come sono qui adesso, costituisco il risultato. Se il destino di mio padre avesse imboccato una strada anche solo un poco diversa, non sarei esistito. La storia è questo: l’unica eventualità, fra innumerevoli altre, che si è attuata, senza se e senza ma.”

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Indossare la geometria. La moda ispirata all’arte degli origami

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Da molti anni l’industria della moda ha preso in simpatia l’origami, l’arte giapponese di piegare la carta, le cui tecniche sono state utilizzate per creare abiti dall’effetto prospettico e tridimensionale.
Sono tantissimi gli stilisti, ma anche artisti, che si sono cimentati nella creazione di abiti dalle forme geometriche più disparate, simili a sculture di carta: da Lady Gaga a Gaultier, passando per Dior, il look origami col suo forte impatto visivo non è di certo passato inosservato.

La geometria degli origami è stata così utilizzata per realizzare pieghe decorative sulle stoffe di camice, gonne, tubini, approdando perfino su borse e portafogli. Alcuni credono che la seta sia più adatta di altri tessuti, in particolare “la seta dupioni”, leggera e con una consistenza simile alla carta, può infatti trattenere molto bene le pieghe resistendo al calore del ferro. L’organza di seta, invece, conferisce ai disegni una piacevole lucentezza e si piega bene a mano, ma non può sopportare il calore del ferro. Altri stilisti invece si sono lanciati nell’impresa più difficile di utilizzare proprio la carta sui costumi piegati a mano.

Tra i nomi più noti non manca nella lista la trasformista Lady Gaga, che tra i suoi look più estrosi può vantare anche abiti origami indossati nelle esibizioni del 2008-2009. Realizzati dalla sua Haus of Gaga, i suoi costumi sono caratterizzati dalla presenza di prismi geometrici in cartoncino, applicati poi sulla stoffa.

Sul fronte giapponese, uno dei pionieri della moda basata sugli origami è lo stilista Issey Miyake, che rappresenta perfettamente l’essenza del suo Paese, coniugando tradizione e innovazione, artigianato e tecnologia. Miyake nel 2010 ha lanciato la collezione 132.5, dove il numero 1 indica l’utilizzo di un unico pezzo di stoffa per ogni abito, il 3 rappresenta la forma tridimensionale di un abito, il 2 ricorda il fatto che la stoffa può essere piegata in modo bidimensionale e il 5 simboleggia l’idea che ogni abito può essere indossato in diversi modi.

Restando nel Sol Levante, sono degni di nota anche gli abiti di Junya Watanabe, che con la sua collezione Autunno/Inverno 2015 è riuscito a incorporare l’origami nei suoi modelli tridimensionali, in particolare sui suoi abiti impermeabili in neoprene.

L’estro di Jhon Galliano ci fa restare in Giappone, almeno con la mente, dove per l’alta moda Dior si ispira all’opera Madama Butterfly di Puccini e agli origami giapponesi, creando un mondo parallelo fatto di strabilianti creature in passerella.

In Canada è nato invece il progetto PLI.Ē, una collaborazione creativa tra due artisti di Montreal che hanno voluto dimostrare come l’origami possa dare una svolta straordinaria alla moda. Il progetto presenta ballerini di tutto il mondo in costumi di carta piegati a mano. La carta può essere un materiale fragile con cui lavorare ed è proprio per questo che i due artisti hanno deciso di far diventare possibile l’impossibile. Punti di riferimento iconici di Roma, Parigi, Montreal e New York sono stati selezionati come sfondi per le fotografie, che sono state scattate in condizioni di luce naturale.

Non passa inosservata nemmeno la “gonna Fibonacci”, parte della collezione primavera/estate di VOGEL, marchio lanciato da Lea Freni nel 2015, una designer attratta da elementi matematici e linee pulite. La gonna si ispira direttamente all’arte dell’origami, con le sue pieghe ondeggianti e a zig-zag.

La tendenza degli origami arriva fino a Roma dove nel 2020 la collezione “Urban Park volume 4” dello stilista Antonio Martino si ispira proprio alla leggenda di Tanabata, molto diffusa nella cultura giapponese, che parla di due amanti sfortunati costretti a vivere distanti, con la possibilità di ricongiungersi solo il settimo giorno del settimo mese di ogni anno. Con i suoi abiti che richiamano le pieghe degli origami, la collezione di Martino cerca di valorizzare e promuovere all’estero il made in Italy attraverso un processo di internazionalizzazione. 

Insomma, se siete alla ricerca di look stravaganti e abbastanza coraggiosi, qui gli spunti non mancano! Ma voi, li indossereste?

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